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Ambienti in azione.<<Immaginare un dipinto in un ambiente significa immaginare un contatto unico ed irripetibile tra due universi che si incontrano. L’ uno è la finestra su cui può affacciare sempre l’altro. Nella tradizione occidentale i dipinti usiamo posarli in “prospettiva”, come può essere una stanza, un salone, uno spazio chiuso, ‘definito’. Contemplati in queste situazioni possono dire molto di sé;di quello che sono e, se sono lavori in corso, di quello che potrebbero essere. Dalla mia personale angolazione non li sento e non li considero pieni collocati nello spazio ma elementi di un vuoto. Il vuoto è una vera e propria presenza attiva. Può diventare parte del “quadro”. E’ lo spostamento del nostro sguardo a rivelarci aspetti nascosti di esso. Non intendo che un dipinto debba essere pensato in un vuoto prospettico definito, come le nostre generalmente cubiche stanze: a men che non si voglia studiare appositamente un quadro in quel contesto specifico per trovare una sintonìa con l’arredamento; oppure, se il quadro fa da primadonna, per suggerirlo, dietro la complice richiesta di un committente. Ma non è sulla definizione prospettica dell’ambiente che intendevo concentrarmi, quanto sulla multidimensionalità del vuoto che lo anima. Il quadro diventa parte del vuoto quando il vuoto diventa parte del quadro. Quando ci muoviamo cioè dentro il vuoto dell’ambiente per vedere i cambiamenti che questi nostri spostamenti comportano il dipinto non rimane mai in realtà passivo;reagisce, si apre, risuona diversamente, amplifica alcuni suoi aspetti. Preferisco per questo di gran lunga le sedie provviste di rotelline scorrevoli; posso scivolare tranquillamente nella stanza, dove voglio, senza distogliere troppo lo sguardo dal dipinto e vedere come cambia il suo sguardo in anamorfosi. E’ semplicemente un modo di interessarsi al dipinto come creatura viva. Può darsi che il dipinto abbia già certi caratteri generali che lo rendono disponibile alla “permeabilità” con questo vuoto possibile; e può darsi che certi futuri caratteri del dipinto siano invece suggeriti proprio da qualche nostro particolare spostamento. Non è una questione di puro movimento meccanico per me, non dipende solo dal fatto che le “mie” rotelline della sedia scivolino tranquillamente sul pavimento. E’ in realtà l’isola-universo che siamo e in cui siamo immersi che si sposta con noi a render visibili le cose(…)>>. (dal Diario-schizzi 2006) Tempo e tecnica.<<Familiarizzare con la propria tecnica porta ad un “apertura” della mente e dell’immaginazione. E’ per me la precondizione della sperimentazione stessa . Quando pratichi per molto tempo una tecnica la approfondisci e la interiorizzi. Apporti delle variazioni spontanee e personali alle regole che avevi osservato fino a quel momento. Ciò vale per qualunque pratica artistica a mio avviso. E vale anche la “pittura veloce”. Crei in questo modo la possibilità di intravedere visioni nuove mentre continui la tua pratica artistica quotidiana. Così ti alleni ad acquisire una formae mentis che può raccogliere “tutta” la tua esperienza. E a trasformarla silenziosamente. Se esiste un intimità del dipingere penso sia legata a questo. Sperimentare è come una labirintica architettura-ponte che sorvola e scavalca un fiume. La scopri veramente solo vivendola lentamente, nel tempo. Se la esplori ludicamente, senza nessuna precisa coercizione ‘a priori’ ti vai facendo via via nel tempo un idea della sua forma interna ed esterna. E dunque, potremmo dire, del suo destino. Scopri lentamente l’edificio-ponte in cui ti muovi. Cominci a vederlo con occhi diversi. Anche se la sua struttura labirintica suggerisce modi diversi d’essere vissuta possiede sempre e comunque il potere di farti raggiungere l’altra sponda del fiume. Puoi accedere così ad altre zone di realtà. La sperimentazione pittorica è come un ponte simile. Il fermo ,quotidiano desiderio di abitare un confine.>>
(Conversando su un periodo che va dalla metà degli anni '90 in poi):
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